Luci su Fortuna

Il Santuario di Fortuna a Palestrina rappresenta uno dei complessi architettonici di età ellenistica più straordinari in tutto il panorama culturale del Mediterraneo. In esso si fonde la tradizione del tempio a terrazze, tipico dell’area greca e della costa turca dell’Asia Minore, come nei casi di Lindos e Kos, con la tradizione architettonica romana del Lazio, composta da criptoportici, dalla cavea teatrale, dal tempio su podio e soprattutto dal calcestruzzo, che tutto modella, finanche le costruzioni più ardite.

La bellezza del tempio prenestino proviene anche dal contesto che lo pone al centro della città di Palestrina, costituendo una delle più grandi aree archeologiche urbane d’Italia, e dalla sua scoperta, fortuita, dovuta allo sgombero delle macerie della distruzione di interi quartieri durante i drammatici giorni del 1944.

Il percorso del Santuario, dal basso verso l’alto, conduce lo spettatore ad immedesimarsi nel pellegrino dell’antichità, che saliva i diversi livelli del tempio attraverso i grandi camminamenti e le rampe, per passare via via di spazio in spazio, attraversando l’area adibita alle abluzioni e alle purificazioni, sostando nell’area dei riti, circoscritti sulla terrazza degli emicicli, dove aveva sede l’altare per i sacrifici e il pozzo dell’oracolo. Proprio l’oracolo fu uno degli attrattori principali della religiosità pagana dei cittadini, il cui rituale attraverso la partecipazione di un fanciullo permetteva l’estrazione delle sortes dalle viscere della terra e la predilezione del futuro. Tutto nacque attraverso un passato mitico, la figura di Numerius Suffustius, le tavolette di legno chiamate sortes, l’ulivo sacro alla dea che emette il dorato miele. Cicerone, che ci racconta questa tradizione, pone l’accento sulla dea Fortuna soprattutto per le sue prerogative di madre, di divinità che presiede i culti della fertilità e della fecondità della donna.

Il percorso del pellegrino non si esauriva qui, a metà del suo itinerario, ma proseguiva verso “l’alto” attraversando la grande piazza detta “della cortina” e proseguiva fra i porticati ricchi di doni ed ex-voto, fra pavimenti lucenti colorati e capitelli corinzi, salendo fino al punto più alto, lì dove campeggiava “nascosta” la grande tholos, punto finale del percorso.

Una geografia sacra fatta di spazi, riti, racconti che suggella il luogo straordinario, che ancora oggi riecheggia delle voci, dei sussulti, della fama della popolazione di pellegrini che ne frequentava assiduamente gli spazi e ne riempiva voracemente i riti.

Non una città tempio Praeneste, ma con un grande tempio nella città.

 

Foto di: Stefano Nardi